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Interviste

11 November 2011

L’arte della concia. Intervista a Rino Mastrotto

Rino MastrottoLa concia non è solo produzione ma anche arte, la crisi lascerà per strada qualcuno ma la qualità e la ricerca sui prodotti sono le chiavi per venirne fuori. Produrre in Cina? Neanche per idea. Il futuro è nel distretto, così come il passato: serve il “Museo della concia” per non dimenticare ciò che eravamo. Parla Rino Mastrotto, presidente del RinoMastrotto Group: 5 aziende in vallata, divisioni produttive anche in Brasile, Vietnam e Australia a seguire il ciclo completo della concia per creare prodotti di arredamento, calzatura, carrozzeria.

La concia è un’arte – Lei dice – eppure non sono in tanti a pensarla così.
Lo stereotipo della conceria come azienda sporca, del lavoro del conciatore come impiego malsano dovrebbe essere morto dieci anni fa. Andiamo a fare un giro nelle concerie: sono multinazionali, aziende ordinate, pulite; quello conciario è un settore fatto di professionalità specializzate, di tecnologie all’avanguardia, di competenze qualificate, di prodotti di altissimo livello qualitativo. Ciò che si produce, la pelle, è un prodotto che emoziona. Diversamente dalla plastica, dai sintetici, la pelle per un divano o per una scarpa si sceglie perché dà emozioni. E allora non è un’opera d’arte?

Per conservare quest’arte: mettiamola in mostra.
Infatti. Sono dieci anni che si parla del progetto del museo della concia. Adesso con il Consorzio dei conciatori stiamo pensando a sistemare Villa Biasin per farne la sede. Dico una cosa forte: non so se fra altri dieci ci saranno le concerie ma che ci sia almeno il museo! Nella mia idea dovrebbe essere una sorta di “timbro” che mettiamo alla valle. Dovremmo metterci dentro le vecchie macchine per la concia, che girando si trovano ancora ma che stanno scomparendo. L’evoluzione del lavoro è stata gigantesca, dal punto di vista del processo produttivo ma anche del rispetto ambientale, delle condizioni di lavoro. Il futuro si costruisce partendo dal passato. Adesso siamo diventati grandi ma io credo che sia giusto ricordare da dove veniamo. Una volta le concerie erano sull’Altopiano di Asiago, poi qui ad Arzignano e nella valle lentamente si è sviluppato uno dei distretti più importanti d’Europa. Io porterei i ragazzi al museo, perché dovrebbe essere per loro un’occasione per riflettere.

Il passato è qui, ma il futuro?
La crisi non è finita. Credo che l’onda stia ancora arrivando, e si porterà via più di qualcuno. Le difficoltà ci sono, inutile negarlo: la concorrenza di Cina e India per esempio, il fatto che qui è venuto meno il 70% della produzione per arredamento, in parte assorbita dalla carrozzeria e dalla calzatura ma in parte persa. Abbiamo due direzioni da seguire: l’altissima qualità, la ricerca che permette di adeguare il prodotto alle esigenze della moda, di un mondo che cambia in fretta. In secondo luogo bisogna smetterla con le gelosie che non fanno crescere.

Terza strada: delocalizzare?
Non ci penso nemmeno ad andare in Cina a produrre. Noi abbiamo una divisione commerciale ad Hong Kong, un ufficio di rappresentanza e un deposito. Ma la produzione è qui. A parte la burocrazia che rimane un ostacolo, negli ultimi anni nel distretto si è investito nell’innovazione, sono stati fatti dei passi avanti giganteschi per esempio in tema del rispetto dell’ambiente. Abbiamo un depuratore che funziona in modo eccellente, abbiamo nella vallata le divisioni delle più importanti aziende chimiche del mondo, abbiamo la scuola che può dare personale specializzato, abbiamo da tempo preso a garantire una produzione secondo criteri ambientali rigorosi. E’ qui che bisogna investire.

Lei è presidente dell’Unic, che impronta vuole dare all’associazione dei conciatori italiani?
Voglio che sia non solo un’associazione di categoria ma sempre più un’associazione culturale. Ci sono alcuni progetti che mi stanno a cuore: uno, in collaborazione con l’Accademia della Crusca per la revisione dei vocaboli del mondo della concia, per evitare che lemmi come “ecopelle” siano riferiti alla nostra produzione, alla nostra cultura. E’ un’operazione linguistica, ma la chiarezza parte dal linguaggio e in mondo che vive di contraffazioni è un passo importante. Poi stiamo puntando sull’”Archeologia” conciaria: abbiamo finanziato il restauro di un complesso conciario scoperto a Pompei: la conceria romana di Porta Stabia, una delle più antiche del mondo. Quest’anno abbiamo in programma di procedere al completamento del restauro: secondo degli esperti nell’area sarebbero presenti altre strutture conciarie, una sorta di distretto ante litteram. Vorremo realizzate a Napoli, al Museo Archeologico una sorta di “Via storica della pelle” cioè una mostra dedicata all’arte della concia dalla preistoria ad oggi, in collaborazione con i musei di Londra, New York e Parigi. Finanzieremo gli scavi ad Altilia, in Molise, dov’è stata trovata un’antica conceria romana e degli interventi sono in programma per Bosa, in Sardegna, dove le concerie costruite nella prima metà dell’Ottocento sono monumento nazionale dal 1989 ma versano oggi in stato di degrado. Infine in progetto la ristrutturazione del museo della concia a Santa Croce sull’Arno, nel pisano.






One Commento


  1. Mario

    Mi piace molto l’affermazione di Rino Mastrotto e la condivido pienamente. “La concia è un’arte”.



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