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Interviste

28 October 2011

A Tanning Tech…voci da… la Spagna, la Francia, la Corea

In Spagna: una fotografia sbiadita

Carlos Perez“La situazione della concia in Spagna? Una foto in bianco e nero”. Qualità poca, fatturati ai minimi: la penisola iberica promette male per il mercato della concia. E’ quanto s’intuisce ascoltando Carlos Perez, rappresentante di macchine per l’industria conciaria in Spagna e Germania e rivenditore di fiducia, oltre che di Ger anche di Gemata, Erretre e Carlessi. “In Spagna fino a qualche anno fa c’erano 130 concerie – racconta – ora ce ne sono 20, delle quali metà sono a rischio. Un tempo quello spagnolo era un mercato interessante, oggi offre proprio poche prospettive. Capace che in 3 anni non si vende un bullone”. C’era la fiorente zona conciaria in Catalogna, c’era il polo di Igualada, vicino a Barcellona, c’era la zona di Valencia, rinomata per le pelli bovine, c’erano una miriade di piccole concerie artigianali:

“Adesso pare che sia passato un uragano”. A Linea Pelle, la fiera del mondo concia, fra pelle di rettile e bufalo, croste al poliuretano e agnelli forati, fra pelli ingrassate, verniciate, macchiate, trapuntate, metallizzate, nel tripudio di colori, forme e novità proposte soprattutto dalle aziende italiane il mercato iberico pare soffrire di una sorta di “sindrome del classico”. I problemi del settore sono, infatti, legati ad una certa inerzia del mercato, incapace di offrire prodotti nuovi, originali, legato alle linee antiche e surclassato, in termini di quantità dalla produzione cinese e orientale in genere, capace di offrire sui numeri una concorrenza ingestibile e sul fronte della qualità superato dalla fantasia italiana, dalla capacità dei conciatori del Belpaese di inventare nuovi colori e stili originali difficilmente imitabili. “In Spagna – conclude Perez – fanno più fatica ad associare la pelle alla moda”.

In Francia: nella tecnologia delle macchine per conceria serve andare al sodo


Le macchine? Servono più semplici. I cinesi? A copiarle ci hanno provato ma non ci sono riusciti. A Linea Pelle, la fiera bolognese della pelletteria, nel settore dedicato alla tecnologia e alle macchine per conceria, ovvero Tanning Tech, si incontrato rappresentanti, compratori, clienti e stilisti.

Gerant Jacques Schiavon, vende macchine per conceria, in Francia, dal 1985. “Nel solo paese di Graulhet fino a pochi anni fa esistevano 187 concerie – spiega -. Adesso, in tutta la Francia le aziende conciarie che trattano piccole pelli sono soltanto 12”. Un’ecatombe. “La situazione è davvero difficile: non si vendono macchine nuove da almeno 7, 8 anni, casomai vengono “ricondizionate” le macchine vecchie, cioè rivisitate con pezzi nuovi. Quando vado in conceria per cambiare una macchina, utilizzata da più di 15 anni è come se togliessi il sangue a qualcuno”. La crisi ha ridotto i consumi e fatto calare la propensione degli acquirenti verso l’articolo di pelle: “La situazione è così incerta che siamo come su un’altalena. Oggi pare che ci si riprenda, domani no e avanti così. In Francia la cosiddetta seconda generazione, i figli degli imprenditori che hanno fondato le aziende, non sono stati capaci di sostenere fatturati e business. Per cui il settore è praticamente azzerato. Io vendo ora macchine in Cina, Giappone, Portogallo. L’Africa sta crescendo molto in termini di numeri ma ha ancora molta strada da fare per creare un prodotto di qualità”. La direzione? “I cinesi hanno provato a copiare le macchine per conceria italiane ottenendo scarsissimi risultati. Infatti tutte le concerie acquirenti di macchine per conceria cinesi sono ritornate ad acquistare la tecnologia italiana in quanto quest’ultima, di gran lunga più avanzata ed affidabile.

La tecnologia è ancora appannaggio europeo e italiano però bisogna semplificare le macchine: meno optional, più essenzialità , in un momento di crisi bisogna andare al sodo, al semplice”.

In Corea: materie prime a costi impossibili e forte competizione sulla tecnologia.

Vendere macchine per la conceria in Corea del sud è un lavoro molto duro. Parola di Kim Kibum, rappresentante di GER Elettronica, Erretre e altre aziende in Corea, Giappone, Indonesia e in tutto il continente asiatico.

C’è una grande competizione e una grande propaganda in Corea sulla tecnologia: le aziende lanciano proclami dicendo che hanno realizzato macchine come quelle italiane per i processi della concia ma è più pubblicità che realtà. In realtà commercializzano macchine per conceria ad un prezzo molto, ma davvero molto, più basso che però come resa non hanno paragone con quelle italiane”. Il mercato della concia coreano è composto di 100-110 aziende conciarie che producono soprattutto pelli per le calzature e le borse e per automotive. “Ci sono diversi distretti conciari: uno nel nord, nella città di Uijeongbu per esempio, uno nell’area di Ansan City, uno a Ulsan City. Si tratta per lo più di concerie piccole o molto piccole. Il 10% del prodotto viene venduto nel mercato nazionale ma la maggior parte va all’estero. Il settore di pelli per carrozzeria è oggi in piena produzione mentre per le scarpe e le borse c’è meno richiesta. Il problema, come altrove, è il costo della materia prima, che incide fino al 70% sul prodotto. Poi c’è il costo della manodopera e dei prodotti chimici. Subiamo forte la concorrenza della Cina”






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