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Interviste

29 July 2011

Intervista a Massimo Confente: La politica della concia

Confente MassimoCalce e concia, spaccatura e tintura ma anche impegno politico e responsabilità amministrativa. La concia e l’azione di governo: l’una che sostiene l’altra in un distretto dove la dialettica tra l’interesse pubblico e il privato è decisiva. Ne parla Massimo Confente, titolare della 3C, conceria specializzata in lavorazioni a conto terzi, per singole fasi e per cicli completi di produzione, già sindaco di Chiampo e oggi presidente della commissione consiliare ambiente, governo del territorio e grande viabilità e consigliere provinciale a Vicenza.

Partiamo dallo stato di salute della concia secondo i terzisti.
Per i terzisti che si occupano della prime fasi della lavorazione della pelle direi che siamo ad una ripresa che ci ha portato a livelli pre-crisi. Chi si occupa delle fasi intermedie come la tintura se la cava discretamente; chi soffre sono invece quelli che si occupavano solo della rifinizione, che basandosi sui prodotti semilavorati hanno subito fortemente la caduta dei volumi di produzione ed in alcuni casi dei prezzi e i piccoli terzisti, quelli più o meno artigianali. Questo perché molte concerie, pur di non ridurre il proprio personale, hanno tenuto per sé alcune lavorazioni, invece che concederle ad esterni, avviandole alla lavorazione a conto terzi come si faceva prima.
Il distretto, nonostante la crisi ha però potuto confermarsi come capitale della pelle di qualità. Per esempio ora è invertita la tendenza rispetto al passato: arrivano meno semilavorati e più pelli grezze, che giungono da tutta Europa. Questo è un bene: perché se arriva la materia grezza posso controllarne, sia sotto il profilo ambientale che sotto quello del prodotto, la lavorazione. Maggior controllo equivale a maggior qualità e questo è una risorsa per Arzignano, che si è rafforzato, ripeto nonostante le vicissitudini economiche, come polo conciario di riferimento.
Del distretto della Val Chiampo si dice che è frammentato, diviso, che per anni la logica è stata quella individualistica dell’ognuno fa per sé. Eppure qualche esempio di fare insieme c’è.
Il rapporto fra pubblico e privato e fra privati che si sono messi insieme nel distretto è sempre stato forte. La concia rischia di inquinare e nel passato, agli esordi, ha di fatto inquinato la terra, l’ acqua e l’ aria, per cui si è capito che si doveva cambiare. E’ nato il progetto Giada, guidato dagli enti locali, per il monitoraggio dello stato di salute di acqua e aria. Ogni anno l’agenzia Giada attesta dei miglioramenti sulla qualità di acqua e aria e la riduzione costante dei COV, i composti organici voltativi. Erano a quota 146 nel ‘ 96, oggi sono scesi a 46; l’ 87% delle aziende ha un fattore di emissione minore della soglia e i valori annui di solventi si sono dimezzati. Poi c’è stato l’accordo di programma sottoscritto da aziende, amministrazioni e categorie con la regione e il ministero per la tutela delle risorse idriche del bacino del Fratta Gorzone. Sono due esempi di sintonie fra l’apparato produttivo e quello pubblico in direzione del miglioramento delle condizioni dell’ambiente. Sono stati fatti dei passi importantissimi e attualmente, come conciatori, stiamo facendo dei sacrifici, anche in termini di costi, per ridurre l’impiego di cloruri e solfati nella lavorazione secondo quanto previsto dall’accordo di programma. Si procede verso una innovazione del ciclo produttivo proprio per poter usare meno prodotti o per poterne usare di alternativi.
La politica ha chiesto molto alla concia.

Cosa chiede la concia alla politica?
Io credo che la politica giustamente debba chiedere – come sta facendo – precise garanzie alle aziende sotto il profilo dell’impatto ambientale, ma allo stesso tempo debba proteggerne la competitività. Ossia, da un lato sono corretti i controlli cui questo distretto è sottoposto, dall’altro è giusto che ci sia una tutela del made in Italy: se qui produciamo offrendo precise sicurezze di rispetto dell’ambiente e dei lavoratori che le medesime siano pretese anche per i prodotti confezionati altrove.

Quali sono le sfide di cui la politica deve occuparsi per il futuro di questo distretto?
Essenzialmente due: prima di tutto gestire l’evoluzione in corso degli ATO. Si sta procedendo, come intenzioni legislative, verso un depotenziamento di questo ente: si parla di un ATO provinciale o addirittura di un ATO solo per tutto il Veneto. A mio avviso sarebbe ingestibile. In questa zona l’ATO ha avuto un ruolo importante e oggi ha il compito di portare a compimento la soluzione per il trattamento dei fanghi, proprio perché piccolo, dimensionato rispetto al territorio. Se fosse un ATO regionale sarebbe problematico. Ecco la politica deve garantire una gestione efficace di questa struttura. In secondo luogo è importante che venga mantenuta pubblica la gestione del depuratore. E’ vero che una gestione solo privata forse sarebbe meno costosa: il privato ha meno burocrazia del pubblico, però io sono fra coloro che sostengono la necessità della gestione pubblica e soprattutto occorrerebbe una conduzione unica dei 4 depuratori della valle del Chiampo: Arzignano, Montecchio, Lonigo e Montebello che scaricano in Arica. Si potrebbe avere così più flessibilità, se ho un maggiore carico di lavoro su un depuratore lo posso soddisfare sfruttando l’eventuale minore utilizzo di un altro impianto. Si potrebbero così seguire più facilmente i flussi della produzione. Un unico ente avrebbe anche un potere più forte.






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