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28 June 2011

Pelletteria Italiana: la ripresa c’è.

Pelletteria italianaLe griffe trainano, destinazione Cina. Il mercato interno langue. Incertezze per l’esotico.

Viaggiando tra i distretti della pelletteria italiana, da Scandicci all’Abruzzo, passando per il vicentino e le tante aziende che operano in condizioni di “indipendenza territoriale”, si respira un’aria nuova. C’è chi inalbera ancora cautela, ma la maggioranza parla con decisione di crescita e buone prospettive.

Tutti concordano nel dare alle griffe il “merito” della positività attuale e nel considerare quello italiano come il mercato più compromesso dal punto di vista delle vendite e dei consumi finali. Tutti puntano il dito lontano, quando gli si chiede quali Paesi sostengono con i loro acquisti questa positività: Russia, Medio Oriente, India, Brasile e Cina. Bene il lusso griffato, dunque. Bene l’alta gamma di qualità e brand meno diffuso. Bene il lusso accessibile. Qualche incertezza nella nicchia dell’esotico.

SCANDICCI - «Il momento del settore pellettiero italiano, ma soprattutto toscano, è splendido. Le previsioni di crescita sono a dir poco eccezionali». Sono parole di Gianfranco Lotti, imprenditore e presidente di sezione perConfindustria Firenze. A Scandicci la ripresa è vera e credibile. Un 2010 in crescita dell’8,5% per quanto riguarda la produzione (pari a un fatturato di 1,7 miliardi di euro), l’export che schizza in su del 18%. La prospettiva sbandierata da Lotti è addirittura quella di arrivare a 6 miliardi entro il 2015. «Dopo anni di declino costante – dice – in termini di perdita di forza lavoro e chiusure aziendali, il recupero ora è pienamente avviato». Meglio di così, difficile immaginare altro. Cos’è successo? Molto semplice. Dal mese di maggio del 2010, esattamente un anno fa, l’inerzia del mercato si è ribaltata e a trainarne il ritmo sono state le griffe, che da queste parti hanno messo radici in conto terzi e con joint venture. Si diceva 12 mesi fa: stanno aumentando gli ordini perché i brand del lusso hanno finalmente svuotato i magazzini e devono fare stock. Si dice oggi: hanno riempito i magazzini, ora stanno vendendo. «Viviamo un megatrend di lavoro galoppante conferma Andrea Calistri di Sapaf con un elevatissimo volume di ordini. Possiamo iniziare a dire senza paura che questa è ripresa. L’hanno innescata le griffe, a loro volta spinte dai consumi dei mercati emergenti, primo fra tutti la Cina. La situazione è talmente positiva che aziende miste come la mia, riescono a vendere a Pechino anche i loro articoli». Senza rischi? «Non abbiamo fatto alcuna azione diretta sulla Cina, sono i suoi buyer che sono venuti a cercarci, al Mipel e in azienda». Nei numeri? «Siamo sopra al 2010 del 15/20%. Nel 2012 prevediamo di tornare almeno ai livelli precrisi ma riteniamo molto verosimile superarli».

ABRUZZO - Qui la situazione è particolare, soprattutto nella strutturazione produttiva distrettuale. Le pelletterie sono circa 450, ma quelle che hanno una massa critica da grande azienda non superano le 50 unità. Tutte le altre sono piccole imprese, spesso laboratori artigianali, che vivono una realtà bicefala: rialzo degli ordini, ma costante affaticamento finanziario. Ce ne parla Francesco Palandrani, del Consorzio Get Export: «Nel primo semestre del 2011 c’è stato indubbiamente un deciso ritorno di lavoro e ordini, soprattutto per merito della Russia, che si conferma per il nostro distretto uno dei mercati di destinazione più interessanti, insieme ad altre piazze come il Giappone e alcuni piccoli sbocchi dell’est Europa. Pessima invece la performance delle vendite in Italia, dove il problema prezzo rimane uno scoglio insormontabile, che ha innescato da parte dei negozi la ricerca di alternative d’importazione di fascia più bassa e listino più accessibile». Il distretto regge, comunque… «Sì e anche bene. Sta per essere varato, entro luglio, un polo di innovazione che riunisce abbigliamento, molto forte dalle nostre parti, calzatura e pelletteria e che creerà, o almeno speriamo, sinergie costruttive. Perché la massa delle pelletterie, di piccole e medie dimensioni, nonostante stia lavorando bene sconta ancora grosse problematiche gestionali, prima fra tutte quella relativa al rapporto con le, banche». Perché? «La liquidità disponibile è limitata e gli istituti di credito faticano a dare credibilità a un certo tipo di imprese. Resta il fatto che produzione e fatturato viaggiano su valori solidi, almeno pari a quelli di 12 mesi fa, con la prospettiva che il secondo semestre dell’anno porti ulteriori miglioramenti. Ma sono segnali che tutti qui devono cogliere é coltivare con una volontà nuova, propositiva e attenta. Non bisogna aspettare il mercato, bisogna partecipare alla sua trasformazione».

FUORI DISTRETTO – Nel vicentino è in atto il restyling di Francesco Bìasia. Acquisito da Braccialini in virtù di un’operazione interna a Mosaicon, la holding che detiene anche Coccinelle e Mandarina Duck (di cui parleremo tra qualche riga). Biasia, favorito dalla congiuntura positiva, sta “rientrando” nella sua identità di brand di punta del lusso accessibile, con un posizionamento che in passato aveva determinato il suo successo e che, sottoposto alle burrasche finanziarie del Gruppo Burani, si era appannato. Ben più complicata la situazione dì Mandarina Duck, storico brand emiliano alle prese con una crisi profonda e il rischio di fallimento. 150 dipendenti, 50 milioni di euro di fatturato, una solida base di vendite non sembrano sufficienti a garantire la stabilità del marchio, anch’esso messo alle corde dal crollo del Gruppo Burani. Serve una ricapitalizzazione sostanziale, ma chi l’aveva promessa (gli inglesi del fondo Emerìsque) per ora si sono tirati indietro.

Cambiando tipologia ma rimanendo in Emilia, rientriamo in una condizione positiva, anche se meno accentuata di quella toscana. Vilma Parmeggiani, dell’omonimo brand specializzato in coccodrillo, spiega che «il mercato ha di colpo rallentato. Due mesi fa potevamo dire con certezza che conti e produzione erano superiori ai 2010. Oggi non ne sono così sicura». Lentezza, dunque? «Sì, anche se con una visuale di medio periodo positiva. Diciamo che, producendo un articolo di altissima gamma come il coccodrillo, dobbiamo forse avere più pazienza di altri “colleghi”. Al Mipel infatti abbiamo avuto ottimi riscontri, non con gli italiani che rimangono in totale sofferenza, ma con i clienti stranieri.  Indiani e cinesi, soprattutto, dai quali però attendiamo ancora conferme». Cosa determina questo ritardo? «Il fatto che conoscono poco il nostro articolo e devono imparare a valutarlo Ma rappresentano lo spazio di crescita futura, per cui dobbiamo essere bravi a pazientare». Lo stallo italiano come lo spiega? «I multimarca sono strozzati dai brand che li riempiono di articoli, per cui finisce che devono vendere in stock o in saldo, senza margini» Previsioni? «Positive».

L’articolo  è tratto dal settimanale MDP-laConceria






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