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Interviste

16 June 2011

La scuola: Fabbrica del futuro

Istituto Galileo Galilei di Arzignano

Occupazione al cento per cento, aziende in fila per assumere i diplomati. Competenza teorica e preparazione tecnica. L’istituto Galilei di Arzignano è laboratorio per il futuro della concia, bacino di scelta dei grandi marchi, scuola che fa dell’imprenditorialità il suo stile.

A giugno i ragazzi escono da scuola e hanno già un posto di lavoro. A settembre sono tutti occupati; qualcuno addirittura sa dove andare a lavorare ancora prima di diplomarsi. La professoressa Guendalina Trovò è da dieci anni insegnante di chimica applicata, chimica analitica e tecnologie conciare all’istituto Galileo Galilei di Arzignano, dove, all’indirizzo oggi denominato chimica e materiali, si preparano i futuri tecnici della concia.
Che tipo di professionalità offre la scuola conciaria?
E’ come in cucina: c’è chi esegue la ricetta e chi la ricetta la sa inventare, interpretare, modificare. Noi diplomiamo tecnici, ovvero non meri esecutori di una ricetta ma persone capaci di metterla a punto, interpretando ciò che hanno a disposizione, intervenendo nel processo per aggiustarlo, correggendo le lavorazioni laddove si presentano problemi. Nel triennio si insegnano tutte le fasi della lavorazione delle pelli dal prodotto grezzo fino al commercializzato, dalla lavorazione in umido fino alla concia e alla rifinizione, parallelamente si offrono solide basi nella preparazione in chimica e fisica.

Qual è il rapporto fra la scuola e le aziende del territorio?
Le aziende, anche quelle medio piccole, si rivolgono alla scuola perché hanno bisogno di persone formate. Un tempo si assumevano, per esempio, dieci operai. Oggi si preferisce assumere otto operai e due tecnici, perché il tecnico, che ha una preparazione generale, è più facilmente ricollocabile. All’inizio quando la scuola nacque, l’indirizzo tradizionale aveva un’impostazione molto pratica: molte ore per le materie tecnico-applicative, viceversa non garantiva una sufficiente preparazione generale, perché per esempio i ragazzi studiavano l’inglese solo fino alla terza e la matematica fino alla quarta. Globalmente le loro competenze non rispondevano alle esigenze del distretto, cui servono persone che sappiano l’inglese e conoscano l’informatica. Negli anni Novanta una commissione tecnica di docenti decise di rivedere i programmi e nacque un nuovo indirizzo dove al tecnico che in laboratorio cura l’aspetto applicativo della disciplina fu affiancato un docente che segue la preparazione teorica. L’idea è buona anche se a mio avviso oggi il corso risulta un po’ sbilanciato verso la teoria: c’è stata un’erosione delle ore tecnico pratiche. Questo non toglie che la scuola continua a fornire professionalità molto gettonate, tanto che ci sono richieste di personale che non riusciamo ad evadere.
Dove trovano impiego i ragazzi?
Per lo più vengono impiegati come tecnici nelle concerie e soprattutto nelle aziende di prodotti chimici, che oggi sono quelle che più di tutti si occupano di ricerca e sviluppo. Non si deve intendere in senso riduttivo il termine “tecnico della concia”. Qui pescano aziende come Bottega Veneta o Luis Vuitton: i grandi marchi hanno bisogno di persone che sappiano capire se una pelle oltre che bella è adatta per un certo prodotto. Il distretto arzignanese ha sviluppato storicamente una propensione al settore arredamento ma oggi ci si orienta, anche per effetto della crisi all’abbigliamento e alla calzatura, che sono settori più dinamici, dove bisogna essere versatili.
Le sfide per il futuro della scuola?
La scuola ha carenza di fondi, questo è indubbio. Secondo me la direzione da seguire è di muoversi in una logica sempre più imprenditoriale. Noi organizziamo la formazione anche dopo il diploma, con corsi di apprendistato per persone assunte che si tengono a scuola, e viceversa promuoviamo la formazione in azienda prima della fine della scuola attraverso stage e borse di studio, collaborazioni e seminari. Le aziende rispondo, non si tirano indietro, anche quando c’è da metterci qualcosa. A mio avviso la scuola dovrebbe potenziare la conceria che ha al suo interno: non più laboratorio ma azienda di produzione. Si dovrebbero raccogliere delle commesse, seguire il ciclo di lavoro non dilazionandolo di settimana in settimana a seconda dell’orario scolastico ma in maniera continuativa. Sappiamo fare le cose: la scuola è per esempio esegue misurazioni sulle pelli, come ente terzo, per rilasciare certificazioni che hanno valore legale. Compiamo inoltre analisi per testare i guanti ignifughi dei vigili del fuoco, gli scarponi delle guardie forestali, le fondine della pistola dei carabinieri. Se chiediamo all’imprenditoria di sostenere la scuola anche la scuola deve diventare imprenditoriale.

 






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