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Interviste

19 May 2011

Intervista a Michele De Maio: “Imprenditori più presenti a scuola”

A Solofra, vicino ad Avellino, un paradosso: l’istituto conciario perde iscrizioni anche se garantisce il posto. I diplomati conciari hanno lavoro assicurato, ma occorre motivare i giovani a iscriversi. Prodotto diverso, di diverse dimensioni e con destinazioni differenti. Ma problemi simili e simili prospettive. A Solofra pelli di caprino di piccole dimensione, destinate ad abbigliamento e calzature, ad Arzignano pelli bovine di grandi dimensioni, destinate ad  arredi ed interni di auto. Cambiano i materiali ma una sola è la logica: essere distretto. “A Solofra, come ad Arzignano il punto di forza è proprio l’essersi costituiti come area: non si è più concorrenti ma si cerca di migliorarsi vicendevolmente”. A parlare è Michele De Maio, membro del Consiglio direttivo dell’UNIC, l’Unione Nazionale Industria Conciaria e legale rappresentante della DMD Solofra, azienda conciaria che realizza pellami ovini e caprini per scarpe e abbigliamento fondata nel 1944 dal padre Diodato. La DMD è una delle 526 imprese della concia del distretto collocato a metà strada fra Salerno e Avellino, che dal giugno del 2009 ha ottenuto l’attestato di APO, ambito produttivo omogeneo, che riconosce  caratteristiche specifiche del prodotto lavorato nella zona distinguendolo dagli altri poli conciari. Recentemente nella città della pelle, Solofra, è nato il marchio di eco-compatibilità.

 

Michele De Maio

Michele De Maio

Perché un marchio per un distretto conciario?
“L’iniziativa – spiega De Maio – è partita dalla camera di commercio di Avellino.  In pratica  il marchio certifica l’identità del prodotto, rafforza il brand “Solofra” attraverso una riconoscibilità sicura. Per avere l’etichetta occorre certificare il rispetto di una serie di norme: dal rispetto dell’ambiente, all’adozione di un codice etico, al rispetto dei lavoratori. Le aziende più grandi, più strutturate, come la nostra, già possedevano i requisiti per la certificazione eco-ambientale, non così per quelle più piccole. Credo che lo strumento sia importante per diffondere la cultura dell’ambiente, l’idea di una produzione da conciliare con la tutela della natura. Il marchio serve poi per far sapere chi siamo e cosa facciamo: noi conciatori non abbiamo mai visibilità sul mercato dei compratori, perché ciò che è visibile è il prodotto finito, non quello intermedio. Questo marchio è importante perché certifica che le pelli lavorate nel nostro distretto sono di qualità, sono prodotte in forma sostenibile. Il marchio è una garanzia per le imprese e per i clienti è come una firma che rende visibili sul mercato. E’ un modo per valorizzare le nostre peculiarità produttive e la qualità delle aziende”. Aziende, che come negli altri settori e in tutta Italia, hanno subito gli effetti della crisi in termini di posti di lavoro persi e chiusure degli stabilimenti di chi non ha saputo stare al passo

La ricetta per uscirne?
“Noi siamo un’azienda che produce per la moda – spiega De Maio  – per non cedere di fronte alla crisi l’unica via è : guai a fermarsi! La ricerca sui nuovi prodotti non si ferma mai, la moda è velocissima, le fasce di consumo sono variegate, la globalizzazione ci costringe a servire prodotti primaverili e  invernali insieme. Noi proponiamo una cartella di 60 colori sia invernale che estiva, siamo presenti alle fiere in tutto il mondo. Qualità, novità, flessibilità sono le parole chiave. Bisogna puntare sulla varietà dell’offerta, su un prodotto che sia anche visivamente distinguibile dagli altri come colori e linee. Sul basic non possiamo vincere la concorrenza dei paesi emergenti, se non diamo plus rispetto agli altri non possiamo sopravvivere”.

E La sfida per il futuro?
“La scuola. Tutti i ragazzi che escono dall’itis Ronca, che nella nostra zona prepara i tecnici conciari, sono impiegati, hanno un lavoro. Però gli iscritti, ora che hanno aperto le classi di ragioneria e del liceo sono sempre di meno. La scuola professionale è vista come un diploma di fabbrica, un attestato di serie B. Occorrerebbe muoversi in due direzioni: intanto essere più presenti, come imprenditori all’interno della scuola, anche nell’organizzazione dei programmi, e poi avere un maggior contatto con i dirigenti, rompere la mentalità della scuola di serie B. Poi serve la collaborazione degli enti, delle province e dei comuni: se manca il trasporto per l’istituto, non può essere la burocrazia, la sfilacciatura di competenze ripartite fra enti diversi che blocca la soluzione e rende difficile frequentare la scuola. Bisogna creare una rete, fare fronte comune. Come Unic abbiamo dato dei bonus ai ragazzi che si iscrivevano al terzo anno e elargito borse di studio per gli studenti del conciario. Però a volte sembra una lotta contro i mulini a vento”.

Per maggiori informazioni:
www.dmdsolofra.it






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