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Interviste

23 March 2011

Andare al centro del ring: la ricetta per vincere nel mondo della concia. Intervista a Mirko Balsemin

Crisi di fatturato e di immagine. La concia vicentina vive un momento difficile, ma ha idee e risorse per superarlo. Qualità, creatività, tracciabilità dei prodotti e capacità di fare squadra le parole chiave per rilanciare l’impresa dell’ovest vicentino, che punta sulla scuola per disegnare una nuova stagione culturale.

Nato da grandi individualità, per non morire deve fare squadra. La traiettoria di sviluppo del settore della concia vicentina può essere sintetizzata così. Parola di Mirko Balsemin, amministratore della conceria Nice, di Zermeghedo, vicepresidente del comitato piccola impresa di Confidustria e consigliere della Camera di Commercio di Vicenza, consigliere dell’Unione Nazionale Conciaria e della Sezione Concia di Arzignano, che sulla situazione del comparto oggi e sulle vie da percorrere per garantirne un avvenire ha le idee chiare.
Nell’immagine comune il conciatore è un inquinatore e ora, dopo le vicende dell’inchiesta Dirty Leather, un evasore fiscale. – spiega – Ma non è accettabile che sia riassunta così la storia della concia vicentina, motore dello sviluppo di questa provincia, che ha consentito alla Valle del Chiampo di diventare centro mondiale della lavorazione della pelle e ha generato benessere, occupazione, investimenti per tutto il territorio vicentino”.

Nella storia della concia, infatti, c’è soprattutto la tenacia e la fame di risultati dei precursori, la creatività, il sacrificio, il lavoro, lo studio che sono diventati marchio della cultura di impresa dell’ovest vicentino.
Mirco BalseminIl comparto arzignanese della concia è stato vincente proprio perché si è costituito come comparto – spiega Balsemin – ancora prima della Legge Merli, che nel 1976 fissò le norme per la tutela delle acque dell’inquinamento, l’idea fu di mettere insieme tutte le concerie e di scaricare i reflui lontano dalla città. L’altra mossa vincente fu l’idea di una scuola, di dar vita ad un istituto scolastico, l’itis. Galilei, che prepara tecnici del settore, che garantisce le teste, oltre che le braccia”.
Gli anni della ricchezza diffusa, dei grandi volumi di lavoro paiono ora terminati e la crisi economica mondiale, che si è abbattuta nella valle del Chiampo con devastanti conseguenze, pone il settore di fronte a se stesso e lo invita a trovare nuovi stimoli, nuove idee per ripartire.
Il comparto è ora di fronte ad un momento complesso – commenta Balsemin - una crisi che trova le sue radici nelle problematiche locali ma anche nella delocalizzazione delle conoscenze, nella globalizzazione del prodotto, nella mancanza di regolamenti internazionali sull’interscambio delle pelli. La difesa del comparto non si può fare rimanendo immobili, come un pugile all’angolo attento a non prendere pugni; per vincere bisogna andare con coraggio al centro del ring“.

Tre, quindi, i presupposti da cui partire per una nuova imprenditoria: fare rete, investire sulla qualità, rilanciare l’immagine collettiva.

Fare squadra, significa, per dirla in metafora: “Non rimanete ognuno attaccato al proprio salvagente, ma cercare insieme di raggiungere la riva. Alcuni problemi: lo smaltimento dei fanghi, la depurazione delle acque, dell’aria, sono questioni che si possono affrontare solo insieme. Tutto il nord est è fatto di imprese nate da grande lavoro e grandi individualità, ma ora è il momento di collaborare; fare rete significa reagire alla solitudine imprenditoriale per non vedere sparire molte medie aziende e con esse il termine “distretto”.

Il fare rete non comprende solo le aziende, ma anche le amministrazioni e le associazioni di categoria, e poi il mondo della scuola: serve il coraggio di tutti per affrontare problemi complessi senza furbizie e disegnare così un nuovo modello di sviluppo.

Oggi nel prodotto noi non ci siamo – prosegue l’interlocutore – di una scarpa, una borsa, dei sedili dell’auto o del divano, si guarda la forma, la firma: c’è il brand, il design ma non il contenuto. Nessuno si chiede: che pelle è? Come è stata lavorata? Seguendo quali regole? Abbiamo democratizzato la pelle ma non abbiamo sostenuto il prodotto”.
In altre parole la pelle è anonima, il prodotto è senza identità, privo di appeal commerciale.

La seconda proposta, per uscire dalle secche della crisi, è, dunque, puntare sulla qualità, certificata dalla tracciabilità del prodotto: “la qualità è data da un mero dato tecnico, ovvero dal tipo di pelle impiegata per realizzare un prodotto – se è crosta, smerigliato, pieno fiore – e da un dato legato alle condizioni di produzione e alla localizzazione. Noi imprenditori conciari di Arzignano siamo obbligati a rispettare severe direttive europee del Reach, che impongono vincoli sull’acquisto e l’utilizzo di sostanze chimiche. Non dappertutto è così. Allora servirebbe che tale conformità alle norme, varate a tutela della salute, le buone performance a livello ambientale, fossero pubblicizzate nell’etichetta del prodotto, dove si dovrebbe dichiarare la provenienza della pelle a beneficio del consumatore finale”.
Il buon prodotto non può prescindere dalla bontà della pelle e il compratore, così come sceglie cibo biologico coltivato senza pesticidi o carne macellata in Italia perché più sicura per la sua salute, dovrebbe poter sapere che un oggetto è stato realizzato senza inquinare l’ambiente e scegliere un prodotto riconoscendone il valore economico ma anche “ambientale”.

Una rivoluzione culturale, insomma, fatta di informazione e presa di coscienza, che dovrebbe iniziare dalla scuola: “le aziende devono investire nel proprio interno in capitale umano, in ricerca e innovazione. Creare gruppi vincenti stimolando le nuove generazioni all’orgoglio aziendale.”
Sono i giovani, il futuro: “bisogna spiegare loro che serve il massimo dell’applicazione in ogni cosa senza pensare di essere mai arrivati. Studiare, imparare e sacrificarsi per il proprio lavoro è fondamentale. In un mondo che sembra senza limiti bisogna ricordare loro che non c’è futuro senza regole così come non c’è presente fuori dalla prima regola di igiene industriale : fare bene il proprio mestiere, che è di per se rivoluzionario.

Infine, alla concia dell’ovest vicentino serve un rilancio di immagine: “c’è bisogno - osserva Mirko Balsemin – di comunicare il senso di una realtà produttiva sana, di lanciare messaggi positivi sul nostro lavoro, ribadire il valore del lavoro e del sacrificio per sostenerlo. Speriamo che questa crisi sia riuscita ad insegnarci che ciò che serve è un’imprenditoria virtuosa e responsabile, che generi reddito che dura nel tempo, reddito da prodotto e non da inganno”.

Per maggiori informazioni:
www.concerianice.com






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